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AC e santità popolare: Gino Bartali

AC e santità popolare: Gino Bartali

* Prosegue il nostro percorso sulle tracce dei testimoni di santità legati all’Azione Cattolica. Per la spiegazione del progetto e le “puntate precedenti”, clicca QUI.

GINO BARTALI (1914-2000), giusto tra le nazioni

Chi, sentendo nominare Gino Bartali, non associa il suo nome al ciclismo? È un binomio scontato, Bartali è stato un’icona del ciclismo italiano degli anni ‘30 e ’40 e vanta numerosi e importanti successi sportivi, tra cui tre Giri d’Italia e due Tour de France. Palmares “ridotto” a causa della Seconda Guerra Mondiale che ha interrotto l’attività, altrimenti non si troverebbe “solamente” al sesto posto nella Cycling Hall of Fame, la classifica mondiale dei migliori ciclisti di tutti i tempi.

Per essere uno sportivo amato da tutti, però, è necessario essere anche un grande uomo. E Gino è stato un grande uomo, con un cuore grande, “giusto tra le nazioni”, come dichiarato dallo Yad Vashem, il memoriale ufficiale israeliano delle vittime dell’Olocausto.

Ma cosa c’entra Gino Bartali con l’Olocausto? Gino ha salvato numerosissimi ebrei, si parla di 800 vite, dalla ferocia e violenta occupazione nazista che governava la nostra penisola negli anni ’30 e ‘40. Con la sua bici, e conscio del fatto che nessuno avrebbe potuto immaginare che un campione come lui lavorasse in clandestinità, trasportava in giro per l’Italia documenti falsi e carte, nascosti negli interni della sua bici, con il pretesto degli allenamenti, per permettere agli ebrei di assumere nuove identità e scappare così dal destino nefasto che li attendeva. Una volta, nel 1943 a Firenze, fu anche arrestato e interrogato, ma a nessuno venne in mente di controllare dentro la sua bicicletta e così riuscì a farla franca.
Oltre a fare la spola tra una città e l’altra, Ginettaccio (così chiamato affettuosamente) si è dato da fare anche in prima persona per ospitare e nascondere ebrei, tra cui Giorgio Goldenberg che ricorda molto bene, nonostante l’età avanzata, come il campione “ci accolse tutti: il babbo, la mamma, mia sorella; ci nascose prima nel suo appartamento e poi nella cantina”.

Storia e vicende che sono rimaste per molto tempo nascoste per suo volere, perché, come ricordava sempre a suo figlio Andrea, “io ho combattuto la mia guerra così e non voglio che si sappia niente”.
Un campione d’altri tempi, che non si adagiava sugli allori della notorietà e della fama, ma sceglieva di spendersi per gli altri, per aiutare il prossimo, animato da veri valori cristiani. Aiutare gli ebrei è stata una sua scelta personale, pericolosissima perché il rischio di essere catturato, e di conseguenza morire, era molto alto e nemmeno l’essere un campione popolare lo avrebbe salvato. Scelta pericolosa, scelta coraggiosa, scelta sua. Scelta con la quale Gino si dona per amore umano, per amore cristiano, per amore della sua stessa vita, tant’è che quando si rivolgono a lui per chiedere questo enorme aiuto, lui risponde semplicemente “si, lo faccio, lo sport è vita e solidarietà, altrimenti a che serve?”.
Sport che riserva il giusto tributo al grande campione con l’organizzazione del Giro d’Italia che quest’anno ha deciso di far partire la corsa ciclistica a Gerusalemme, proprio per omaggiare il campione fiorentino a 18 anni dalla sua scomparsa, dopo che il 2 maggio 2018 è stata conferita a Bartali la cittadinanza israeliana.
Semplicità e amore per il prossimo, devoto cattolico: questo è stato Gino Bartali. Dall’età di 10 anni, dalla sua Prima Comunione, è stato pure socio di Azione Cattolica e non perdeva occasione di indossare la spilletta della nostra amata associazione.

Questa è la storia di un grande uomo e di un grande sportivo: Gino Bartali è stato un campione immenso, sui pedali e nella vita e forse la medaglia più bella vinta è quella che ha ottenuto aiutando il prossimo perché, come ricordava, “il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca”.

Marco Didonè

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