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Una riflessione a 50 anni dalla pubblicazione dell’enciclica “Ecclesiam suam”

Una riflessione a 50 anni dalla pubblicazione dell’enciclica “Ecclesiam suam”

Sono passati 50 anni, ma l’Enciclica Ecclesiam suam rimane di impressionante attualità: un punto alto del magistero e, forse, il documento più significativo del pontificato di Paolo VI.

Scritta ad un anno circa dell’elezione, e nell’intervallo tra la seconda e la terza sessione del Concilio Ecumenico, essa da un lato presenta il programma del pontificato stesso, dall’altro anticipa temi e percorsi teologico-pastorali che saranno assunti e sviluppati nei documenti conciliari.

La prima originalità dell’Enciclica è nello “stile” intensamente personale, appassionato, quasi confidenziale, con cui Papa Montini si esprime, assolutamente diverso da quello enunciativo-magisteriale, tipico di documenti analoghi. È un testo fortemente “montiniano” nella forma e nei contenuti. Egli scrive che questa Enciclica “vuol essere un messaggio fraterno e familiare … una semplice conversazione epistolare”. Il tono appassionato, comunicativo, così tipico di Montini, è anche rivelativo di un modo di pensare e vivere la Chiesa come evento di comunione, come passione condivisa tra fratelli che parlano di ciò che riempie loro il cuore. Il collegamento con l’esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco è certamente pertinente sotto questo aspetto.

Contenutisticamente l’Enciclica indica le tre vie su cui la Chiesa deve incamminarsi per rimanere se stessa, anzi per diventarlo ancora di più.

La prima è la via spirituale: è quella fondativa che tocca l’identità ed il compito della Chiesa stessa. È l’autocoscienza che la Chiesa ha e nella quale deve crescere, del proprio essere e dello scopo cui il Signore la destina. Emerge una visione di Chiesa a forte radicamento cristologico, ma anche comunionale: non è solo la Chiesa gerarchica, è la Chiesa dei laici, uomini e donne, che in forza del loro battesimo ne fanno attivamente ed appassionatamente parte, l’assumono nelle loro mani e nella loro vita. Non è solo la Chiesa istituzione, organizzazione giuridica: è la Chiesa-mistero, la Chiesa evento della volontà di Salvezza che Dio attua dentro la drammatica storia dell’uomo. È dunque una Chiesa più grande, più bella di ciò che essa appare, del suo assetto istituzionale, del suo storico attuarsi. Ed è proprio la dimensione della Chiesa-mistero che motiva e spinge la Chiesa nella storia a rinnovarsi, ad avanzare nella sua fedeltà al Signore, a purificare il proprio “volto nel tempo”, cercando di aggiornarlo alle giuste attese delle persone e di conformarlo al volto bello della Chiesa-sposa, così come Dio la pensa, la vuole, la chiama.

È questa la seconda via su cui la Chiesa cammina: la via morale. Essa può avere diversi nomi: “rinnovamento, riforma, aggiornamento”. Si tratta essenzialmente di una trasformazione profonda del cuore in modo che sappia cogliere quegli aspetti che devono essere eliminati o mutati perché la Chiesa divenga, in semplicità e verità, come il Signore l’ha pensata e voluta. Le rughe e le macchie che l’attraversamento della storia ed il peccato dei suoi figli, ha depositato sul volto bello della Sposa di Cristo, si chiamano conformismo, immobilismo, perdita di autenticità, spirito mondano. Il cambiamento della Chiesa sarà dunque frutto non di tatticismi e calcoli di convenienza, ma di una profonda conversione della mente e del cuore che si riconsegnano al Vangelo ed alla persona di Gesù.

Il Papa indica due strade decisive per la conversione della Chiesa al Vangelo: la povertà e la carità.

L’attualità e la pertinenza di queste riflessioni fa trasalire!

La terza via su cui la Chiesa è chiamata a camminare è il dialogo: parola magica che fiorisce qui, per la prima volta, nei documenti del magistero, con un’accezione positiva e programmatica. Vi sottostà la grande sfida che ha attraversato tutta la storia della Chiesa del XX secolo e che diventerà una nota acuta nei testi del Vaticano II: il rapporto della Chiesa col mondo, la ritessitura di un dialogo interrotto e stracciato.

È proprio il dialogo che, in questa terza parte dell’Enciclica, riceve se non una definizione almeno una descrizione fondativa.

Esso è radicato nell’agire di Dio verso l’uomo, come tutta la Storia di Salvezza evidenzia: non si tratta dunque di calcolo o strategia pastorale, ma di assumere il metodo di Dio e di continuarlo nel dipanarsi del tempo. Ciò implica che il dialogo della Chiesa col mondo riceve da Dio i suoi contenuti ed i suoi metodi, che il Papa puntualmente argomenta e precisa.

Ed è veramente a tutto orizzonte il dialogo a cui Paolo VI chiama la Chiesa. Egli scrive “la Chiesa si fa parola, la Chiesa si fa messaggio, la Chiesa si fa colloquio”. È una pagina decisamente profetica, che fa trasparire la statura intellettuale e spirituale di questo Papa e, dopo 50 anni, suscita ancora stupore, ammirazione, gratitudine ed esigente riflessione su quanto e come in questi decenni abbiamo percorso tale strada e se stiamo su di essa avanzando. Il dialogo con il mondo che Papa Montini configura è a tre cerchi concentrici.

Il primo è il dialogo con tutta l’umanità, compreso l’ampio settore degli atei (non dimentichiamo che siamo nel clima dei due blocchi contrapposti, della guerra fredda e di un comunismo programmaticamente ateo e storicamente persecutorio verso la Chiesa). Egli costruisce ponti verso questi settori chiamando loro e noi ad un dialogo sui grandi interrogativi della mente e del cuore umano e sulla grandi questioni che sfidano la convivenza delle nazioni, cominciando dalla pace.

Il secondo cerchio è il dialogo con i non cristiani, le grandi religioni dell’umanità, iniziando dagli Ebrei, con i quali condividiamo l’inizio ed un lungo percorso di Rivelazione divina. Con l’ampia esperienza religiosa della umanità il dialogo e la collaborazione sono sui valori morali e spirituali, sulla difesa della libertà religiosa che attiene al primato della coscienza e sugli impegni della dignità e dei diritti umani.

Il terzo cerchio è il dialogo con i cristiani non cattolici: è la dimensione propriamente ecumenica. Qui egli aderisce alla linea di Giovanni XXIII: evidenziare ciò che unisce, non ciò che divide ed indica la strada di un incontro nella carità e nella verità. Il Pontefice pone la necessità di rimuovere gli ostacoli all’unità con l’attenzione ai “legittimi desideri” delle altre chiese cristiane ed affidando il desiderio ardente di unità e di riconciliazione alla penitenza ed alla preghiera.

Il Papa aggiungeva un ultimo “dialogo” da attuarsi, profetico allora, faticoso e talora drammatico ma comunque vitale nei decenni che seguiranno il Concilio, fino ad oggi: il dialogo interno alla Chiesa. Una intuizione straordinaria che il Concilio raccoglierà e rilancerà e che ha contribuito a cambiare il volto delle nostre Chiese e delle relazioni dentro la Chiesa. Dialogo e relazioni nuove che il Papa qualificava richiamando lo spirito e lo stile del Vangelo.

Dunque un’Enciclica straordinaria l’Ecclesiam suam per questo mettere a tema il dialogo col mondo e con l’uomo contemporaneo, ricavandone un modo di essere Chiesa decisamente nuovo ed aperto al futuro.

L’Enciclica nel suo uscire non ricevette una grande accoglienza mediatica, forse già immersa nelle polemiche e nei pregiudizi che, anche in casa cattolica, accompagnarono l’intero pontificato di Paolo VI. A distanza di 50 anni essa però ci appare in tutta la potenza della sua novità, delle sue intuizioni, della sua capacità di conferire slancio e direzione al percorso ecclesiale.

È stata una pagina alta di profezia nel tempo; è stata una pagina intensa ed appassionata di testimonianza da parte di un uomo ed un pontefice che presto vedrà riconosciuta e proclamata la propria santità di vita.

L’immagine di Chiesa che rimane è quella di una Chiesa missionaria che intraprende le vie del mondo, senza opposizioni e senza esclusioni, per segnarle, umilmente, con l’annuncio del Vangelo. Una Chiesa “in uscita” che si riconsegna a Cristo nella fedeltà e nella conversione, per essere donata al mondo come segno di speranza e seme di gioia.

È la luce mattinale di quella Chiesa che ritroviamo oggi in papa Francesco, come fruttificazione della semina che fu il pontificato di Paolo VI.

+ Mansueto Bianchi

Assistente Ecclesiastico Generale dell’Azione Cattolica Italiana

(riflessione tratta dal sito www.azionecattolica.it)

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