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Responsabili non si nasce lo si diventa

Responsabili non si nasce lo si diventa

 

«Un paio di campi scuola con i ragazzi delle medie nel 1974 e nel 1975 – che mi avevano entusiasmato molto! – e mi sono ritrovato nel 1976 responsabile dell’Acr diocesana! Esperienza di Acr in parrocchia: nessuna! In parrocchia, però, ero presidente di Ac. Il primo presidente dopo lo Statuto del 1969». Inizia così Gino Lunardi (preside in pensione, con un lungo impegno in associazione che l’ha visto tra l’altro presidente diocesano dell’Ac, delegato regionale, responsabile Acr) a raccontare il suo coinvolgimento in Acr.

Come è iniziatva l’avventura in Acr?

«Insegnante, appena nominato in ruolo, mi chiedevo come spendere in modo utile parte della mia estate: mi presentai in Centro Diocesano, in Piazza Duomo 12 (oggi sede del Museo diocesano) in ufficio dell’Acr. Bastò una breve conversazione e, nel giro di pochi giorni, mi proposero di fare il capo campo, avendo come assistente don Dino Manfrin; subito dopo cominciai a frequentare le riunioni di commissione … Ecco, è cominciata così la mia avventura di incaricato dell’Acr, dapprima diocesano e, successivamente, regionale fino al 1989».

Cosa c’era alla base del tuo “sì”?

«Il mio fu un “sì” da incosciente! Certo, avevo una buona base di conoscenze pedagogiche, avevo alle spalle già alcuni anni di insegnamento e, soprattutto, parecchi anni di esperienza come catechista dei ragazzi delle medie. Ma di specifica metodologia Acr io non sapevo nulla! Per alcuni mesi fu una corsa contro il tempo per documentarmi, leggere e studiare: la vita organizzativa della presidenza e della commissione Acr procedevano speditamente lungo percorsi già noti ai più ma che richiedevano anche a me una presenza consapevole. Mi furono di aiuto Annamaria Comin e don Dino Manfrin, ai quali guardavo con ammirazione per il “mondo” di conoscenze e competenze associative – e, specificatamente, di quella ancor giovane nuova articolazione che rappresentava i fanciulli e ragazzi – che possedevano».

Cosa ti fu di aiuto in questo cammino tutto nuovo?

«Mi aiutò a fare il primo passo di qualità nella conoscenza dell’Ac la frequenza di una straordinaria SFA diocesana (scuola di formazione animatori) del 1976, rivolta congiuntamente agli animatori dei gruppi del Settore giovani e agli educatori dell’Acr, coordinata dall’allora assistente del Settore giovani, don Gino Bassan. E poi, gli incontri regionali, gli incontri nazionali, i campi scuola estivi per responsabili a Bagni di Nocera … fecero il resto per quanto riguarda la conoscenza profonda dell’Acr! Alla fine del secondo anno di responsabilità mi sentivo all’altezza del compito! Fu proprio allora che avvenne il cambio dell’assistente: appresi la notizia all’inizio dell’estate, al momento di partire con i campi scuola».

Chi arrivò come assistente?

«Alla fine dell’estate del 1978, si presentò in ufficio Acr il nuovo assistente, don Antonio Doppio. Ci disse che aveva bisogno di imparare, che si fidava di Annamaria e di me, che continuassimo a lavorare come stavamo facendo e che per un anno lui avrebbe ascoltato. Iniziò dunque nel 1978 il mio rapporto di collaborazione e di amicizia con don Antonio Doppio, che durò ininterrottamente – tra Regione e Diocesi – per 20 anni, fino al 1998 quando chiudevo il mio primo mandato da Presidente diocesano».

Cosa ti piaceva dell’Acr?

«Tra le caratteristiche dell’Acr che più mi appassionavano fin da subito c’erano il “principio” del protagonismo dei ragazzi e la catechesi esperienziale. La catechesi esperienziale mi appariva come una ventata di novità nella proposta del cammino di fede ai ragazzi. Ben presto – io che ancora facevo catechismo in parrocchia – trovai spunti di innovazione per modificare gli incontri settimanali con i ragazzi del mio gruppo. Oggi sappiamo che la catechesi esperienziale è stata il procedimento educativo che ha modellato la proposta Acr con l’offerta di cammini strutturati, e che ha codificato un metodo di lavoro per gli educatori con i gruppi di ragazzi. I più giovani non sanno che in quegli anni era ancora forte l’idea che si dovesse privilegiare nell’educazione alla fede una catechesi dottrinale con i suoi contenuti teorici. In quel contesto l’Acr si è fatta portatrice di un’aria di novità, che ha rappresentato una delle scommesse più significative fin dalla sua nascita».

Che significato aveva allora parlare di protagonismo dei ragazzi?

«Le scienze dell’educazione parlavano già da tempo di protagonismo dei ragazzi, ma nella prassi, sia a scuola e sia nella pastorale, i ragazzi erano ancora dei destinatari più che dei soggetti nei cammini di apprendimento scolastico e di fede. L’Acr ha puntato fin dall’inizio sulla capacità dei ragazzi di essere artefici nel proprio itinerario di crescita, occorreva che da parte degli adulti, degli educatori si credesse innanzitutto che i bambini e i ragazzi hanno il diritto di vivere il proprio tempo in pienezza, non come un periodo di transizione verso l’età adulta, ma come una stagione della vita umana piena di ricchezze e positività, legate alla entusiasmante scoperta del mondo e alla meraviglia della crescita della persona. Da questa convinzione nascevano come conseguenza l’articolazione delle proposte dell’Iniziativa annuale e degli itinerari di fede. Le guide dell’Acr, i sussidi in generale, apparivano sorprendenti, originali, andavano a ruba anche tra chi non “praticava” i sentieri dell’associazione. Per tanto tempo, anche dopo la conclusione del mio incarico di responsabile Acr, quelle guide sono rimaste sullo scaffale della mia biblioteca. Su questi temi, che avvertivo particolarmente vicini al mio sentire, il mio impegno era costante. A distanza di anni, nonostante un’ampia e comprensibile eliminazione di materiali e sussidi, ritrovo appunti e promemoria che mi riportano ad incontri serali nelle parrocchie con gruppi di educatori».

Quali furono le questioni che più vi hanno interpellato in quegli anni?

«Tra i nodi problematici di quegli anni ne ricordo soprattutto due: il primo, interno all’Ac, e riguardava il cammino di fede del gruppo educatori e il loro legame con il Settore di appartenenza per età, il secondo riguardava il rapporto tra il gruppo dei ragazzi dell’Acr e la “classe” di catechismo. Relativamente alla prima questione, dopo la difesa d’ufficio sull’opportunità che il gruppo degli educatori si configurasse come comunità che educa, che cresce umanamente e cristianamente e in quanto tale si rapporta all’associazione, alla parrocchia ed al contesto sociale e di conseguenza compie un percorso di fede, noi a Vicenza concretamente ritenevamo che non si potesse separare i giovani e gli adulti dal settore di appartenenza in nome del servizio, per quanto essenziale fosse il servizio di educatore. Anche in relazione al secondo nodo occorreva un chiarimento, nel caso specifico con l’Ufficio di pastorale catechistica. Se è vero che – come è vero – il cammino di fede che i ragazzi seguono in Acr è esaustivo, anche per la preparazione ai sacramenti, perché a questi fanciulli e ragazzi è richiesta anche la frequenza del catechismo, non si tratta di un doppione? La risposta sembrava semplice, nella realtà non era così… Si scelse allora, d’accordo con il parroco e con l’Ufficio catechistico, di sperimentare la proposta di proporre ai ragazzi il cammino di fede nel gruppo di Acr come esaustivo, laddove vi fosse la garanzia di continuità del percorso con educatori capaci».

Quale spazio vedi oggi per l’Acr e quali sono le sfide con cui deve confrontarsi?

«Forse sono di parte, ma non mi pare che oggi ci siano per i fanciulli e i ragazzi proposte altrettanto significative come quella dell’Acr all’interno della Chiesa. Indubbiamente è cambiato il contesto sociale e familiare ed anche quello ecclesiale (qui il discorso si farebbe lungo) … Agli educatori è richiesta una maggiore capacità di iniziativa e di dialogo, a partire dal rapporto con i genitori, senza di loro è difficile dare inizio a qualsiasi proposta. Per concordare un cammino di fede completo, per non ridurre la vita di gruppo a semplice attività di animazione, occorre alle spalle la forza dell’associazione unitaria che favorisca il confronto all’interno della pastorale parrocchiale».

Lauro Paoletto

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