Home / Coordinamento / “L’Ac è per la Chiesa esempio e presenza concreta nel territorio”

“L’Ac è per la Chiesa esempio e presenza concreta nel territorio”

“L’Ac è per la Chiesa esempio e presenza concreta nel territorio”

Don Gino Bassan, assistente del Settore giovani dal 1970 al 1981, racconta l’Ac del nuovo Statuto con la rinnovata passione formativa

[articolo tratto da Coordinamento del 25 novembre 2018. Clicca qui per sfogliare il numero completo]

Ordinato prete il 7 giugno 1970, la prima nomina che ricevette, dall’allora vescovo mons. Carlo Zinato, fu quella di segretario della giunta diocesana dell’Azione Cattolica, con particolare attenzione nei confronti dei gruppi giovanili. Parliamo di don Gino Bassan, 76 anni, oggi canonico della Cattedrale, che incontriamo negli spazi della Casa del Clero, a Vicenza. La parola chiave che ritorna nella conversazione è “formazione”. Vediamo perché.

Don Gino, quale è stato il suo percorso in Azione Cattolica?
«Dal momento della nomina ricevuta da mons. Zinato sono rimasto in Ac per undici anni, fino al 1981, anno in cui sono stato inviato come parroco a Sandrigo. Nel primo periodo è stato portato avanti un lavoro di attenzione generale nei confronti dell’Ac, poi mi è stato affidato l’incarico di assistente diocesano del settore giovani, mentre era presidente Angelo Giuliari. Da lì è iniziata un’importante attività sul piano formativo».

Perché era un suo desiderio o un’esigenza particolarmente sentita?
«Era una delle esigenze del nuovo statuto dell’Azione Cattolica Italiana, approvato da papa Paolo VI nel 1969. La formazione era l’attività principale richiesta».

Come l’avete declinata e coltivata?
«Il lavoro è stato intenso a livello di Settore giovani. Molti i ragazzi, provenienti da tutta la Diocesi, con i quali si è iniziato a valutare e verificare il lavoro che si stava svolgendo nell’associazione e a programmare una serie di iniziative di contatto con i gruppi parrocchiali, che erano tanti, significativi e vivaci. La mia impressione è sempre stata quella di incontrare giovani caratterizzati da voglia di essere e di fare. Io, contemporaneamente, svolgevo la mia attività di insegnante di religione agli istituti Fusinieri e Piovene. Un impegno durato tutti gli anni che sono rimasto in Ac».

Molti i giovani con cui si relazionava, quindi.
«La mia vita è stata un continuo lavoro di contatto con i giovani che facevano parte del gruppo diocesano, ma anche con tutte le rappresentanze vicariali, con cui si mantenevano i contatti attraverso incontri di carattere spirituale. Non solo, uscivo quasi ogni sera per incontrare i gruppi delle varie parrocchie della Diocesi. Si seguiva un programma annuale, un impegno di tipo formativo che prevedeva momenti di verifica e di testimonianza. Il tutto sempre in collaborazione con i parroci e con i vicari parrocchiali».

E che risposte c’erano?
«I parroci ci tenevano ad avere dei gruppi giovanili nella parrocchia, a far crescere e formare dei giovani».

E a proposito di formazione, c’erano le giornate studio?
«Inizialmente c’erano delle giornate annuali, poi abbiamo lanciato l’iniziativa della Scuola di Formazione Associativa (SFA), una domenica al mese, per tutto l’anno associativo, a cui erano chiamati a partecipare giovani che sarebbero poi diventati responsabili dei gruppi, responsabili vicariali e/o diocesani dell’associazione».

La formazione, insomma, torna come ingrediente essenziale.
«Sì, addirittura era cresciuta l’esigenza della formazione al matrimonio. Ho iniziato a Villa San Carlo con una proposta di itinerario religioso di formazione al matrimonio, puntando molto sull’Azione cattolica giovanile, che voleva e apprezzava questa iniziativa di preparazione cristiana al matrimonio. Ho incontrato molte coppie che provenivano da quasi tutta la Diocesi, da cui nascevano gruppi di sposi che proseguivano nell’attività. Questa è un’altra attività che considero costola dell’Ac».

Ci sono altre ramificazioni da ricordare?
«Al nostro tempo abbiamo iniziato con le veglie in Cattedrale che raccoglievano un numero straordinario di giovani. E non si può dimenticare l’attività formativa estiva, particolarmente curata, a partire dalla scelta dei luoghi (Passo Pordoi, Pieve di Livinallongo, tra gli altri). Qui la presenza dei giovani era impressionante. Ogni corso riempiva la casa, il ché significava arrivare al centinaio di presenze alla volta. A quei tempi è stata anche lanciata la formazione di lettura biblica: proposte di corsi con maestri assai preziosi e importanti, che hanno continuato a dare il loro contributo in convegni della Diocesi, come Rinaldo Fabris, presbitero, biblista e teologo italiano, e Bruno Maggioni, presbitero, biblista e docente italiano.
Ma non tutto arrivava solo ed esclusivamente dal centro. C’erano tanti bravi preti giovani in tutta la Diocesi che avviavano iniziative, avevano creatività e molte doti. E quelle iniziative venivano sempre sostenute. Infine, una delle prime cose che si è tentato di fare quando ero assistente è stata quella di mettere insieme i giovani che già cominciavano ad aderire non solo all’Ac, ma anche a Comunione e Liberazione, ai movimenti studenteschi, ad altri movimenti di tipo sociale. Era sempre l’Ac che tentava di gestire un insieme che si stava ramificando in maniera abbastanza vivace».

Una volta terminato il suo ruolo da assistente diocesano cosa ha fatto?
«Sono stato inviato parroco a Sandrigo, poi a San Bonifacio, poi parroco di Santa Caterina in città e oggi canonico della cattedrale».

Lei mi ha raccontato una bella storia passata dell’associazione. E oggi come sta l’Ac, secondo lei?
«Parlo da una posizione marginale, anche se la sensibilità e la passione per questa associazione mi rimangono dentro. Devo dire che ai miei tempi c’era il problema del calo numerico, oggi particolarmente evidente, ma si partiva da numeri comunque alti. Il novero degli associati era di 100 mila persone circa. Il calo, poi, purtroppo, è stato continuo, anche se l’emorragia si è un po’ stagnata».

La causa di questa emorragia a cosa è da far risalire?
«Sono cambiati i tempi, le parrocchie sono sempre più in difficoltà, mancano – gradualmente e lentamente – presenze giovanili nel clero».

All’interno di questo scenario, però, l’Ac esiste e resiste. Allora le chiedo, che responsabilità hanno in questo quadro i laici?
«Se sono ben formati, hanno un ruolo significativo e fecondo. È bello vederne di appassionati della storia e delle prospettive dell’Ac».

E quali sono queste prospettive?
«Penso ci sia bisogno di una mobilitazione dei laici all’interno della vita della Chiesa, delle Unità pastorali, delle parrocchie. Però questi laici hanno bisogno di avere una preparazione solida, concreta e di contenuti, non perché debbano fare tutto loro, ma perché possano fare quello che devono fare nella maniera migliore. Io penso che l’Ac ancora oggi, con il suo programma formativo e soprattutto con quella intuizione del nuovo statuto del 1969, sia per la Chiesa esempio e presenza concreta nel territorio. È tipico dell’Ac amare la Chiesa non teoricamente, ma nel territorio dove è presente, capace di fare sempre i conti con la realtà complessa, difficile, articolata con cui si relaziona, con i pastori presenti, e con il sostegno delle forze disponibili. Questo è un punto forte dell’esistenza e del futuro dell’Ac. Le comunità cristiane non devono perdere questa forza, perché si perderebbe la ricchezza insita nella concretezza dell’attività pastorale».

Margherita Grotto

Don Gino Bassan seduto accanto a don Dino Manfrin. In piedi al centro il vescovo Onisto, alla sua destra mons. Maverna, Fernando Cerchiato; alla sinistra del Vescovo don Giuseppe Dal Ferro, Tino Turco e Renzo Padovan

Don Gino Bassan seduto accanto a don Dino Manfrin. In piedi al centro il vescovo Onisto, alla sua destra mons. Maverna, Fernando Cerchiato; alla sinistra del Vescovo don Giuseppe Dal Ferro, Tino Turco e Renzo Padovan

Scroll To Top