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Criteri di impegno associativo per i prossimi mesi

Criteri di impegno associativo per i prossimi mesi

 

Nel momento di lasciare questo incarico vorrei alzare lo sguardo anche sul futuro, sulle prospettive che si aprono, su qualche attenzione che per me è importante avere, e che in questi ultimi mesi si sono chiarite e consolidate, sempre con lo stile del discernimento a cui ci rimanda il documento assembleare.

Innanzitutto valorizzare il dialogo e lo scambio intergenerazionale: è un’esperienza che ci contraddistingue, abbiamo in più occasioni sperimentato il valore di educarci reciprocamente tra giovani e adulti. Pochi, come noi, hanno questa opportunità. Come perseverare in modo che da questo dialogo crescano relazioni generative di bene? Che davvero riusciamo a mettere insieme i sogni degli anziani e i desideri dei giovani? È un tesoro da non dare per scontato.

L’amicizia deve contraddistinguere i legami associativi (Amici che lavorano insieme nel nome del Signore), è un bisogno, ma con tutti. L’attenzione alle fasi e alle condizioni della vita ci deve essere, ma guai se si trasformasse in un gruppo chiuso, in un gruppo dei soliti amici: ci deve essere sempre l’apertura e sempre l’attenzione a farsi carico della parte più debole (il tutto è superiore alla parte). Ha a che fare anche col nostro promuovere e favorire nuove responsabilità tra i più giovani, facendo un passo indietro, senza “scaricare” impegni, ma anche senza sentirci indispensabili e, soprattutto, col saper raccontare e ascoltare.

È legato al dialogo il tema della comunicazione. Tema che ora si impone in tutta evidenza. Come abitare i nuovi linguaggi digitali? La con-educazione intergenerazionale è fondamentale. Come fare in modo che siano una risorsa per tutti e non un mezzo che genera solitudini o prevaricazioni o narcisismo? Come rendere più bella, più agevole, più partecipata la nostra comunicazione associativa? Ma nella logica di generare processi, non di occupare spazi mediatici.

E poi il modo in cui stiamo sui social ha a che fare con essere o non essere mondani. Questa è una cosa che io sento. Dobbiamo stare in mezzo alla gente e condividere, non essere una nicchia, ma nello spirito della lettera A Diogneto: i cristiani non differiscono dagli altri per modo di vestire, di mangiare, neanche per l’uso del cellulare – potremmo dire oggi – ma per lo stile con cui lo usano, non per leggi proprie, ma per la paradossale qualità della loro vita insieme, per il paradosso della loro società spirituale. Possiamo dire che è una differenza fraterna. Uno stile che respiri entrando in casa. Una differenza popolare, dove essere popolari non ha a che fare col numero, ma con lo stile accogliente delle relazioni.

Se ci sono queste relazioni, allora è davvero possibile superare, non solo perché lo impone una condizione emergenziale, il “si è sempre fatto così”: nasce il desiderio di trasformare senza paura quel “si è sempre fatto così” in un processo di memoria che dona speranza al futuro e riempie di vita il presente.

 

Caterina Pozzato

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