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“Ampio respiro ecclesiale”, tratto tipico dell’Ac

“Ampio respiro ecclesiale”, tratto tipico dell’Ac

 

Uno dei tratti tipici dell’Azione Cattolica è “l’ampio respiro ecclesiale”, tipico del nostro carisma associativo. La tensione alla comunione, propria di ogni battezzato, viene assunta in Ac come uno dei fondamenti della dinamica associativa, e viene spesso tradotta con un termine che evoca in modo chiaro l’impegno che comporta la “corresponsabilità”. La stessa vita associativa è luogo di comunione. L’Azione Cattolica in parrocchia, lo sappiamo dall’esperienza e non solo dai “sacri testi”, è una “palestra” di fraternità, ecclesialità e insieme socialità, e svolge un ruolo di promozione autentica di relazioni e umanità. Talvolta questo potrebbe apparire come un elemento di fragilità anziché di forza per la “tenuta associativa”, quasi il segno di un’identità incerta o comunque non ben definita. Invece manifesta la grande responsabilità della nostra vocazione laicale, alla quale non possiamo che rimanere fedeli. Ce lo ricorda molto bene il Progetto Formativo nelle prime pagine: “Il carisma dell’Ac è quello di laici dedicati, in modo stabile e organico alla missione della Chiesa nella sua globalità. Dedicati: un termine intenso, che dice legame spirituale e insieme affettivo; dice impegno concreto; dice di un servizio che nasce dall’amore e si alimenta di corresponsabilità, con cuore di figli. L’essere dedicati indica una scelta della vita, non episodica ma permanente, un’attenzione rivolta a tutta la comunità, e capace di assumere impegni concreti in risposta alle esigenze del luogo e del tempo, (cap. 1.4 p. 18)” L’Azione Cattolica non è perciò l’associazione dell’io, ma del “noi”: non a caso qualche anno fa nel settore adulti girava un indovinato slogan, che diceva come “anche la parrocchia è casa mia”.

È vero che oggi è cambiata radicalmente la concezione di parrocchia, ma non viene meno la nostra dedizione per la comunità che siamo chiamati ad abitare, pur salvaguardando la particolare rilevanza dell’Azione Cattolica che, “in quanto collaborazione dei laici all’apostolato gerarchico della Chiesa, ha un posto non storicamente contingente, ma teologicamente motivato nella struttura ecclesiale” (Cfr. Apostolicam Actuositatem, 20; Ad Gentes, 15). Insomma, all’interno delle comunità parrocchiali ci stiamo non perché vi siamo costretti per motivi pastorali, ma ci stiamo poiché fa parte del nostro modo di essere associazione, del nostro “Dna”. E da qui deriva l’impegno, la tensione alla comunione, la “corresponsabilità” che è il contributo specifico che come laici di Ac possiamo offrire. Tutto questo si concretizza nel volere il bene dei nostri presbiteri e dei fedeli (tutti) che, come noi, abitano la parrocchia, l’unità pastorale, il vicariato, la diocesi. Ciò significa avere stima dei fratelli e sorelle che incrociamo nel cammino e provare a riconoscere, nelle loro storie, la presenza amorevole di Dio (anche quando ci pare scritta su righe storte). Ancora, questo può portare anche a “perdersi” in alcuni servizi pastorali che ci sono richiesti, ma non come manovalanza, bensì come manovali, meglio “artigiani di fraternità”, come ci ha definito Papa Francesco (Angelus 8.12.2020).

Prima di tutto però, prima ancora delle “cose da fare”, ci è richiesto uno stile che sia di ascolto e dialogo verso tutti e con tutti, compreso quello intimo e personale della vita di fede.

Tocca quindi a noi laici fare un profondo respiro (ecclesiale…) consapevoli che la nostra proposta è popolare, e per tutti, e che questo non è un di più, ma è il nostro modo di essere e fare Azione Cattolica.

 

Dino Caliaro e don Andrea Peruffo

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